LA NASCITA DI UN'ASSASSINA
Ricordo quel giorno come se fosse solo ieri,ricordo quel cruciale giorno come se lo stessi rivivendo proprio ora. Non è facile da dimenticare l'odore del sangue,non è facile da dimenticare le urla. Quello fu il giorno,l'unico giorno i cui il mio cuore a rischiato di spezzarsi. Mio padre era un ex agente segreto,non era facile fare quel lavoro,né sicuro. Io,infondo,sono cresciuta di una piccola cittadina,nascosta con la mia famiglia in una bella casa. Erano dei bei momenti quelli,quando ancora avevo le forze per sorridere. Avevo un fratello più grande,ma per mio padre,io ero speciale. Facevamo sempre tutto insieme,ci divertivamo un mondo e mio fratello non era geloso di me,no,lui mi voleva bene. Io non ero cattiva,solo furba e detestavo ammettere di aver torto. Volevo a tutti i costi arrampicarmi sulla quercia,mia madre,Ginn,mi diceva che non dovevo,che mi sarei potuta fare veramente male. Ovvio che non la ascoltai,mio ero messa in testa di vedere il nido dei passeri,non era m
olto alto. Mi feci male quella volta,mi ruppi una gamba. Ma non piansi. Avrebbero dovuto darmi la medaglia al valore. Non piansi. Chiunque avrebbe pianto,io no. Il dolere era atroce, e Ginn non mi vietava di piangere nonostante avessi disubbidito. Non avevo mai pianto,e non volevo incominciare proprio ora. La verità? Mai una lacrima è scesa sulla mia guancia. “Piangere è da deboli” mi diceva mio padre, “se vuoi essere forte,prima impara a non piangere” non mi sgridava,mi spiegava,e aveva ragione.
Ero solo una bambina,piccola e indifesa,quando mio padre scoprì che ci davano la caccia. Ci trasferimmo in una piccola baitella in un boschetto tranquillo. Non era male lì,imparai ad arrampicarmi come si deve. Non avevamo la televisione,ma non mi importava,io amavo leggere e scrivere,passavo il mio tempo con un foglio e una penna.
Era una sera,pioveva,sfuriava un temporale. Avevo 6 anni.
Io e la mia famiglia giocavamo ad un piccolo gioco da tavolo che Jack,mio padre,ci aveva appena insegnato,era piuttosto divertente. Ridevamo come matti,io cercavo di barare,per gioco,non per altro,mi divertiva più barare che giocare in se e per se. Ci fu rumore,delle macchine,ricordo il viso impallidito di mio padre e di mia madre. “Vai nell'armadio” i miei genitori mi costrinsero a nascondermi in un armadio di legno,con dentro solo alcune coperte. Mio fratello si oppose a nascondersi,ma alla fine cedette e si rifugiò sotto il letto. Nel mio cuore cominciava ad aleggiare una strana ansia,una strana paura. Degli uomini buttarono giù la porta. Mio padre li conosceva. Mi rannicchiai in un angoletto dell'armadio,pian piano per non far rumore. Ma non era difficile coprire i brutti rumore che venivano dall'esterno. Si scambiarono poche parole e poi si diede inizio alla tortura, Per me,per loro,due colpi di pistola o forse più. Mini la testa tra la gambe,stringevo un lembo della mia
magliettina. Finalmente ci fu silenzio,sentì ridere. Se ne andarono. Aspettai ben dieci minuti prima di aprire l'armadio,speravo in un rumore,speravo in un respiro. Ma fu il mio a fermarsi quando trovai il coraggio di aprire l'anta dell'armadio,del mio rifugio. Portai le manine davanti alla bocca. La stanza era grondante di sangue,l'odore nauseante riempiva la stanza. Mamma e papà non c'erano più,li avevano portati via. C'era solo sangue ora,non percepivo più niente,erano andati via,mi avevano lasciata da sola. Sotto il letto non c'era nessuno,mio fratello,anche lui non c'era più.
Ero solo io,sola,da sola
Chiusi gli occhi “un incubo” pensai intensamente ma quando riaprì gli occhi era tutto ancora più reale. Era vero il sangue ovunque,era vero.....da sola,ero sola. Le gambe mi tremavano,feci dei passi in avanti,facendo scorrere la mano sul muro in legno,su una macchia di sangue. Era liquido sul mio palmo,di un rosso vivo spaventoso. Era finita,a quel punto mi chiesi se anch'io fossi morta. Che cosa avrei fatto adesso?Non avevo più nessuno.....
Quello fu il momento in cui i miei occhi si annebbiarono di uno strano liquido,sembrava acqua,erano lacrime. Ma non le feci mai scivolare giù. La mia attenzione cadde su un piccolo oggetto argentato sotto il tavolino,ormai del tutto fatto a pezzi. Nel spostare i pezzi,mi tagliai molte volte,ma raggiunsi il piccolo oggetto.
“ Per la nostra Courtney,buon compleanno stellina” queste erano le parole incise sopra. Aprì con lentezza smisurata il ciondolo,che scoprì essere un piccolo medaglione. C'era una foto,la nostra foto.
Fu una cosa improvvisa la mia mutazione. Ma proprio quello fu il momento che cambiò la mia vita per sempre. Il mio cuore non fu più dominato dalla paura,del terrore,dal dolore. La crepa nel profondo del mio animo si stava già curando. Sentivo crescere dentro di me qualcosa di molto più grande: Rabbia. Le mie lacrime si arrestarono di colpo,strinsi forte il medaglione tra le mani. La rabbia,l'ira cresceva. Un profondo sguardo assassino divampava sul mio volto,sul mio volto di soli 6 anni. Volevo solo una cosa in quel momento: uccidere. Dovevo cercarli,dovevo trovarli,dovevo vendicarmi.
La vendetta,che strana sensazione che si diffondeva nel mio corpo come un'ondata di elettricità. “Perdona e sarai perdonato” queste parole mi suonavano così banali,così insulse. E io non avevo paura di uccidere
Misi il medaglione al collo,lo sguardo perso nel vuoto cominciò a riprendere senso. Mi voltai,uscì dalla casetta di legno,pian piano,mi allontanai.
Non tornai mai più, Kassie mi trovò,mi insegnò tutto ciò che c'era da sapere. Ma quando mi chiese come mi chiamassi non risposi con il mio vero nome. Non ero più Courtney,la dolce e furba ragazzina che viveva insieme alla sua bella e simpatica famigliola felice,ero diventata solo “Kim” e tutti mi avrebbero ricordata con questo nome. E sarei stata l'incubo di molte persone,su questo ci potete scommettere.....
By AnonimaKim